Ci sono storie che i libri di storia non raccontano. Non perché non siano accadute — i documenti ci sono, gli archivi ci sono, le lapidi ci sono — ma perché chi scrive i libri di storia ha sempre avuto le proprie ragioni per raccontarle in un certo modo e non in un altro.
Il brigantaggio postunitario è una di queste storie. Quello che i manuali scolastici chiamano “il problema del brigantaggio” — trattato come un fenomeno criminale da reprimere, un fastidio marginale nel processo di unificazione nazionale — era in realtà una guerra civile. Si combatté per dieci anni, tra il 1860 e il 1870, su tutti gli Appennini meridionali. Le perdite dell’esercito piemontese impiegato nella repressione — che arrivò a schierare 116.799 soldati, i due quinti dell’intera forza militare del nuovo stato — superarono quelle di tutte le guerre d’indipendenza messe insieme.
Il Cammino dei Briganti attraversa il territorio dove questa guerra si combatté con più intensità: la Marsica e il Cicolano, al confine tra Abruzzo e Lazio, lungo quella che fino al 1870 era la frontiera tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Ideato da Luca Gianotti — guida professionista, scrittore, modenese trapiantato nella Marsica da vent’anni — è un anello di 108 chilometri in sette tappe che collega borghi medievali, boschi di faggio, altopiani carsici e valloni d’alta quota, raccontando lungo il percorso una storia che non è ancora del tutto pacificata.
Non è il cammino più facile d’Italia. Non è il più frequentato. Ma è probabilmente quello con la storia più potente da raccontare.
Dati rapidi
Dove: Marsica e Cicolano — Abruzzo (AQ) e Lazio (RI), Appennino Centrale
Partenza e arrivo: Sante Marie (AQ) — anello che torna al punto di partenza
Tipo: cammino ad anello di più giorni — 7 tappe ufficiali
Lunghezza totale: 108 km
Dislivello totale: circa +5.500 m / -5.500 m
Tappe: 7 — con una variante al Lago della Duchessa (8 tappe)
Tempo: 7–8 giorni (con le 7 tappe ufficiali) — 5 giorni (tappe accorpate per chi è allenato)
Difficoltà: E/EE — media, con altitudini tra 800 e 1.900 m; la tappa del Lago della Duchessa richiede attenzione; adatto a camminatori con esperienza di più giorni
Periodo consigliato: aprile–ottobre — evitare il caldo intenso di luglio e agosto per le tappe più lunghe; inverno sconsigliato per neve e ghiaccio sulle quote alte
Segnavia: segnaletica bianco/rossa del CAI con indicazioni locali — credenziale del cammino disponibile

I briganti: una storia che i libri scolastici non raccontano
Prima di mettere gli scarponi bisogna capire chi erano i briganti — perché questa è la domanda che il cammino porta con sé per tutti e 108 i chilometri.
La versione ufficiale, quella dei manuali scolastici, è semplice: dopo l’Unità d’Italia del 1861, alcune bande di criminali e fuorilegge si opposero al nuovo Stato, sostenute dalla reazione borbonica e dalla Chiesa. Furono progressivamente eliminate dall’esercito. Fine.
La versione che emerge dai documenti è più complicata. La conquista piemontese del Sud aveva portato con sé tasse mai viste, la leva militare obbligatoria — che i contadini del Mezzogiorno non avevano mai conosciuto sotto i Borbone — e una serie di privatizzazioni delle terre comuni che avevano privato le popolazioni rurali dei pascoli e dei boschi su cui si reggeva la loro sopravvivenza. Il brigantaggio fu, almeno nella sua fase iniziale, una rivolta contadina — la risposta disorganizzata e violenta di popolazioni che avevano perso tutto e non avevano nient’altro da perdere.
Il confine tra Marsica, Cicolano e Stato Pontificio era il cuore geografico di questa rivolta. Da un lato c’era il nuovo Stato italiano, con i suoi prefetti, le sue tasse e il suo esercito. Dall’altro, il territorio papale — ancora sovrano fino al 1870 — che offriva rifugio e appoggio alle bande brigantesche. Le bande attraversavano il confine in entrambe le direzioni, toccando e sgombrandolo come i briganti di tutti i secoli.
La risposta dello Stato fu sproporzionata anche ai parametri dell’epoca. 116.799 soldati impiegati nella repressione al picco del 1863 — i due quinti dell’intera forza militare italiana. La legge Pica del 1863 istituì i tribunali militari per i briganti e i loro “manutengoli” — cioè chiunque li aiutasse, anche solo dando loro da mangiare. Le esecuzioni sommarie erano la regola. Il generale Ferdinando Pinelli, comandante delle operazioni nel settore marsicano, si distinse per una durezza tale che le madri abruzzesi usavano il suo nome per spaventare i bambini indisciplinati: “Taci o arriva Pinéllu.”
A Scurcola Marsicana — paese che il cammino sfiora — il 22 e 23 gennaio 1861 i soldati piemontesi fucilarono 89 soldati borbonici. Era passato meno di un anno dall’Unità. L’episodio è pressoché sconosciuto ai più.
Il Cammino dei Briganti non prende parti. Non glorifica la violenza né i fuorilegge. Ma porta a camminare su questi sentieri sapendo cosa è successo — e quella consapevolezza cambia il modo in cui si guarda il paesaggio.
I briganti: una storia che i libri scolastici non raccontano
Prima di mettere gli scarponi bisogna capire chi erano i briganti — perché questa è la domanda che il cammino porta con sé per tutti e 108 i chilometri.
La versione ufficiale, quella dei manuali scolastici, è semplice: dopo l’Unità d’Italia del 1861, alcune bande di criminali e fuorilegge si opposero al nuovo Stato, sostenute dalla reazione borbonica e dalla Chiesa. Furono progressivamente eliminate dall’esercito. Fine.
La versione che emerge dai documenti è più complicata. La conquista piemontese del Sud aveva portato con sé tasse mai viste, la leva militare obbligatoria — che i contadini del Mezzogiorno non avevano mai conosciuto sotto i Borbone — e una serie di privatizzazioni delle terre comuni che avevano privato le popolazioni rurali dei pascoli e dei boschi su cui si reggeva la loro sopravvivenza. Il brigantaggio fu, almeno nella sua fase iniziale, una rivolta contadina — la risposta disorganizzata e violenta di popolazioni che avevano perso tutto e non avevano nient’altro da perdere.
Il confine tra Marsica, Cicolano e Stato Pontificio era il cuore geografico di questa rivolta. Da un lato c’era il nuovo Stato italiano, con i suoi prefetti, le sue tasse e il suo esercito. Dall’altro, il territorio papale — ancora sovrano fino al 1870 — che offriva rifugio e appoggio alle bande brigantesche. Le bande attraversavano il confine in entrambe le direzioni, toccando e sgombrandolo come i briganti di tutti i secoli.
La risposta dello Stato fu sproporzionata anche ai parametri dell’epoca. 116.799 soldati impiegati nella repressione al picco del 1863 — i due quinti dell’intera forza militare italiana. La legge Pica del 1863 istituì i tribunali militari per i briganti e i loro “manutengoli” — cioè chiunque li aiutasse, anche solo dando loro da mangiare. Le esecuzioni sommarie erano la regola. Il generale Ferdinando Pinelli, comandante delle operazioni nel settore marsicano, si distinse per una durezza tale che le madri abruzzesi usavano il suo nome per spaventare i bambini indisciplinati: “Taci o arriva Pinéllu.”
A Scurcola Marsicana — paese che il cammino sfiora — il 22 e 23 gennaio 1861 i soldati piemontesi fucilarono 89 soldati borbonici. Era passato meno di un anno dall’Unità. L’episodio è pressoché sconosciuto ai più.
Il Cammino dei Briganti non prende parti. Non glorifica la violenza né i fuorilegge. Ma porta a camminare su questi sentieri sapendo cosa è successo — e quella consapevolezza cambia il modo in cui si guarda il paesaggio.
Il territorio: Marsica e Cicolano
La Marsica è la zona dell’Abruzzo occidentale che fa capo ad Avezzano, con l’altopiano del Fucino al centro — un’immensa pianura un tempo occupata dal terzo lago d’Italia, prosciugato artificialmente nel 1875 con uno degli interventi idraulici più audaci del XIX secolo europeo. Intorno all’altopiano si alzano i monti: il Velino, il Sirente, il Salviano, i Simbruini.
Il Cicolano è la zona del Lazio confinante — un territorio di valli strette, borghi arroccati su speroni di roccia, boschi di faggio e altopiani carsici che sembrano fuori dal tempo. Non è una zona turistica nel senso convenzionale: non ha stazioni sciistiche famose, non ha parchi attrezzati con infrastrutture moderne. Ha i borghi, i sentieri e quella qualità del silenzio che si trova sempre più raramente nell’Italia centrale.
Il confine che il cammino percorre per quasi tutti i suoi 108 km era, fino al 1870, una frontiera vera tra due stati. Le pietre confinarie ci sono ancora — spesso lungo il sentiero, spesso dimenticate nel bosco — con le croci papali su un lato e i numeri di catalogo dell’altro.
Le sette tappe
Il cammino è suddiviso in sette tappe ufficiali — con una variante che aggiunge il Lago della Duchessa, rendendo il percorso di otto tappe per chi vuole questa esperienza aggiuntiva. Le tappe possono essere accorciate o accorpate in base alla propria forma fisica e disponibilità di tempo.
Tappa 1 — Sante Marie → Corvaro (15 km, +600 m/-500 m)
La partenza avviene da Sante Marie — un borgo medievale nell’alta Marsica che porta con sé una storia precisa. Nei pressi di questo paese, l’8 dicembre 1861, fu catturato il generale catalano José Borges. Borges era un legittimista spagnolo che aveva attraversato il Mediterraneo per combattere a fianco dei briganti borbonici — in qualche modo, la versione del XIX secolo delle Brigate Internazionali. Fu fucilato a Tagliacozzo dai bersaglieri del capitano Franchini. La sua cattura segnò la fine della fase organizzata del brigantaggio nel Cicolano.
Il sentiero sale subito nel bosco di faggio, con il carattere selvatico che manterrà per quasi tutto il percorso. Corvaro è il primo pernottamento — un paese di circa 1.400 abitanti con qualche struttura ricettiva.
Tappa 2 — Corvaro → Cartore (15,3 km, +1.140 m/-1.050 m)
La tappa più impegnativa del cammino principale — e quella con il dislivello più alto. Dalla valle si sale verso il massiccio del Velino attraverso un bosco di faggi selvatico, senza difficoltà tecniche ma con pendenza sostenuta. La meta è Cartore, piccolo borgo a quota 950 m ai piedi del Velino, base di partenza per la variante al Lago della Duchessa.
Variante — Cartore → Lago della Duchessa → Cartore (15 km, +1.200 m)
Il Lago della Duchessa è uno dei posti più belli e meno conosciuti dell’Appennino centrale — un lago di montagna a 1.788 m di quota, ai piedi del Monte Velino (2.487 m), circondato da pareti rocciose e prati d’alta quota. La salita da Cartore attraversa ambienti molto diversi dal resto del cammino: la vegetazione arborea si esaurisce presto, il sentiero diventa più alpino, e il lago compare improvvisamente dopo l’ultima rampa come una sorpresa che nessuna fotografia aveva preparato adeguatamente.
La variante richiede condizione fisica e attrezzatura adeguata — non è consigliata con meteo incerto o se non si ha familiarità con la montagna a queste quote. Ma chi la fa la considera invariabilmente il momento più memorabile dell’intero cammino.
Tappa 3 — Cartore → Pescorocchiano (14 km, +600 m/-700 m)
Il cammino scende dal versante marsicano verso il Cicolano — cambio di atmosfera netto. I paesaggi si aprono, i borghi hanno caratteri architettonici diversi, il senso di essere in un territorio di confine si fa più evidente. Pescorocchiano è un paese arroccato su uno sperone di roccia con vista sui monti circostanti.
Tappa 4 — Pescorocchiano → Borgorose (18 km, +700 m/-600 m)
La tappa più lunga del cammino, attraverso il cuore del Cicolano. Si percorrono strade di campagna, sentieri nel bosco, tratti su sterrata con coltivazioni e pascoli. Borgorose — o Borghi, il nome storico — è il comune più grande del Cicolano, con una discreta offerta ricettiva e la possibilità di fare una prima verifica delle condizioni fisiche.
Tappa 5 — Borgorose → Magliano de’ Marsi (20 km, +500 m/-700 m)
Questa è la tappa che attraversa più borghi — diversi piccoli paesi del Cicolano abruzzese, ognuno con la propria storia di brigantaggio locale. Il sentiero alterna tratti di bosco a strade di campagna, con i muretti a secco dei vecchi orti e dei campi abbandonati ai bordi del percorso. Magliano de’ Marsi è il centro più vicino ad Avezzano, con buone strutture ricettive.
Tappa 6 — Magliano de’ Marsi → Tagliacozzo (16 km, +600 m/-500 m)
Tagliacozzo è il nome che compare più spesso nella storia del brigantaggio di questa zona — qui avvenne la fucilazione di José Borges, qui operò la banda del Chiavone, qui la battaglia del 1268 vide la vittoria angioina su Corradino di Svevia. La città è una delle più belle dell’Abruzzo occidentale, con un centro storico medievale quasi intatto, una piazza porticata e una serie di palazzi nobiliari che testimoniano una ricchezza storica oggi dimenticata.
Tappa 7 — Tagliacozzo → Sante Marie (9 km, +300 m/-400 m)
L’ultima tappa — la più breve, quasi un epilogo. Si torna a Sante Marie chiudendo l’anello, con il sentiero che passa per borghi che nel decennio 1860-1870 erano teatro quotidiano degli scontri tra le bande e i bersaglieri. È il tempo per fare i conti con quello che si è camminato e con la storia che si è attraversata.
Come organizzare il cammino
Il Cammino dei Briganti è un anello — non ha una direzione obbligata, ma quasi tutti lo percorrono in senso orario (Sante Marie → Corvaro → direzione Cicolano → Tagliacozzo → Sante Marie) per ragioni di logistica e di progressione del paesaggio.
In autonomia: la guida ufficiale di Luca Gianotti — disponibile online e nelle librerie specializzate — contiene le tracce GPS di tutte le tappe, le indicazioni sui pernottamenti, le descrizioni dei borghi e le note storiche. È la risorsa principale per chi vuole fare il cammino in autonomia. Le strutture ricettive sono piccole e vanno prenotate con anticipo in alta stagione.
Con un’organizzazione: diverse agenzie di trekking propongono il Cammino dei Briganti come pacchetto organizzato — Luca Gianotti stesso organizza uscite con guida. Il sito ufficiale del cammino e la guida hanno i contatti aggiornati.
In tratti: chi non ha una settimana disponibile può percorrere il cammino in tratti separati — la conformazione ad anello lo permette, e i collegamenti in autobus tra i borghi sono discreti anche se non sempre frequenti.
I borghi: cosa vedere lungo il percorso
Sante Marie — borgo di partenza, con il castello medievale e la chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il nome è legato ai Santi Martiri di questa zona, ma la storia più recente è quella dell’8 dicembre 1861.
Alba Fucens — nei pressi di Avezzano (deviazione dal percorso principale), le rovine dell’anfiteatro romano sono tra le meglio conservate d’Italia. Fu qui che i Romani imprigionarono Perseo di Macedonia, l’ultimo re di Macedonia sconfitto a Pidna nel 168 a.C. La posizione dell’anfiteatro, con il Monte Velino sullo sfondo, è di una qualità architettonica e paesaggistica rara.
Tagliacozzo — una delle città medievali più belle dell’Appennino centrale. La Piazza dell’Obelisco con i portici, il Palazzo Colonna e la serie di chiese medievali sono un patrimonio che molti romani non sanno di avere a meno di due ore di macchina.
Borghi del Cicolano — Pescorocchiano, Borgorose, Fiamignano, Petrella Salto: paesi arroccati su speroni di roccia con viste sulla Valle del Salto e sul lago artificiale del Salto — un bacino creato nel 1941 che come il Lago del Corlo in Veneto ha sommerso villaggi e terreni coltivati, con storie di espropri e promesse non mantenute.

Quando andare
Aprile e maggio sono i mesi migliori. I boschi di faggio sono nel verde più brillante, i prati d’alta quota fioriscono, le temperature sono miti e le strutture ricettive iniziano a riaprire dopo l’inverno. Il cammino non è ancora frequentato come in estate.
Giugno è buona stagione — le temperature sono ancora accettabili, anche se le tappe più lunghe nelle ore centrali possono essere calde. Il Lago della Duchessa è percorribile e spettacolare.
Luglio e agosto sono i mesi più frequentati ma anche i più caldi — le tappe di fondovalle con poco ombra possono essere impegnative. Partire all’alba per le tappe più lunghe.
Settembre e ottobre sono la seconda stagione migliore. I boschi di faggio si tingono di giallo e arancione, le temperature sono ideali, le strutture ricettive sono ancora aperte. L’autunno del Cicolano e della Marsica è uno dei paesaggi più belli dell’Appennino centrale.
Inverno: sconsigliato per le tappe ad alta quota, soprattutto la variante al Lago della Duchessa. I borghi di fondovalle sono percorribili nelle giornate senza neve, ma le strutture ricettive hanno aperture ridotte.
Flora e fauna
Il Cammino dei Briganti attraversa tre ecosistemi principali che si alternano lungo le sette tappe.
I boschi di faggio — che coprono la maggior parte del percorso tra i 900 e i 1.500 metri — sono tra i più estesi dell’Appennino centrale. Le faggete della Marsica e del Cicolano sono formazioni monumentali, con alberi centenari e sottobosco caratterizzato da erba trinità (Hepatica nobilis), ciclamini (Cyclamen hederifolium) e in primavera le anemoni bianche che coprono il suolo ancora prima che le foglie si aprano.
I pascoli d’alta quota — sulle tappe più elevate e intorno al Lago della Duchessa — ospitano genziane, primule farinose e, nelle zone più umide, il ranuncolo glaciale. Sono gli ambienti dove si concentra la fauna più interessante.
I fondovalle e i borghi abbandonati — numerosi lungo il percorso, soprattutto nel Cicolano, dove l’emigrazione del Novecento ha lasciato interi paesi semi-vuoti — hanno una vegetazione pioniera ricca di sambuco, rovo, fico selvatico e pruno che colonizza i muretti a secco e i vecchi orti.
Per la fauna: il lupo appenninico è stabilmente presente in tutto il territorio — le probabilità di avvistamento sono basse ma le tracce (impronte, escrementi, peli) sono frequenti. L’orso marsicano — la sottospecie dell’orso bruno endemica dell’Appennino centrale, con una popolazione stimata in 60-90 esemplari — frequenta le foreste più remote della Marsica, comprese alcune zone attraversate dal cammino. Non è un pericolo per i camminatori, ma la consapevolezza della sua presenza aggiunge una dimensione alla camminata che è difficile descrivere a chi non la ha mai sentita.
Il cervo e il capriolo sono comuni in tutto il percorso. L’aquila reale nidifica sul Velino e sulle pareti più alte del massiccio.
Cosa portare
Il Cammino dei Briganti è un trekking di più giorni su terreno vario — non tecnico ma fisicamente impegnativo, con tappe lunghe e dislivelli significativi.
Gli scarponi alti sopra la caviglia con suola rigida sono indispensabili — il terreno varia tra sterrato, pietraia, tracce nel bosco e tratti asfaltati. Non scarpe da trekking basse. Portare sempre un secondo paio di calzini asciutti e i cerotti per le vesciche — le tappe lunghe sui fondovalle sono i tratti più insidiosi per i piedi.
Uno zaino da 40–50 litri per il cammino di più giorni — abbastanza capiente per dormire bene (cambio completo, sacco lenzuolo o sacco a pelo leggero per i B&B) e per affrontare le tappe più isolate con acqua e cibo sufficiente. Le strutture lungo il percorso sono piccole e non sempre fornite di tutto — portare snack energetici per le tappe più lunghe. Si consiglia di portare almeno una borraccia da 1,5 litri — le fontane nei borghi ci sono ma sulle tappe di montagna i rifornimenti sono rari.
Abbigliamento a strati per le variazioni di quota — si parte spesso dal fondovalle con caldo estivo e si arriva sul crinale con vento fresco. Una giacca impermeabile leggera è obbligatoria in qualsiasi stagione. Un cappello per il sole nelle tappe di fondovalle e un cappello termico per le quote alte. Bastoncini da trekking — fortemente consigliati per la lunghezza delle tappe e i dislivelli accumulati.
Kit di pronto soccorso leggero, torcia frontale, mappa cartacea come backup — il segnale GPS in certi valloni del Cicolano è inaffidabile.
Cosa vedere fuori dal percorso
Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise — a poca distanza dalla Marsica, il parco fondato nel 1922 è uno dei più importanti d’Europa per la conservazione dell’orso marsicano, del lupo e del camoscio d’Abruzzo. Il centro di Pescasseroli è la base principale per le escursioni nel parco.
Lago del Salto — il bacino artificiale nel Cicolano laziale, costruito nel 1941 sul fiume Salto. Come molti laghi artificiali del centro Italia, ha una storia di espropri forzosi e promesse non mantenute — i paesi sommersi dall’invaso, di cui rimangono tracce in alcune mappe storiche, appartengono alla stessa storia di discontinuità e abbandono che il cammino racconta.
Scanno — a sud della Marsica, il borgo medievale famoso per il costume tradizionale delle donne e per il lago glaciale omonimo. Henri Cartier-Bresson lo fotografò nel 1951 e ne immortalò il carattere senza tempo.
Mappa e traccia GPS
Le tracce GPS di tutte le tappe sono disponibili nella guida ufficiale di Luca Gianotti e sul sito ufficiale del cammino. Su Wikiloc e Komoot le singole tappe sono cercabili come “Cammino dei Briganti tappa 1”, “tappa 2” e così via. La guida ufficiale — “Cammino dei Briganti” di Luca Gianotti, 6a edizione 2024 — è la risorsa indispensabile: contiene non solo le tracce ma anche le descrizioni storiche, le note sui pernottamenti e i contatti aggiornati delle strutture lungo il percorso. Il sito cammino.it/briganti pubblica aggiornamenti sulla segnaletica e le condizioni del percorso.
