Il 12 marzo 1944, mentre la guerra mondiale infuriava ancora sull’Italia e le truppe alleate avanzavano da sud, il Vesuvio decise di fare la propria parte. Cominciò a eruttare. Lo fece per dieci giorni — dal 12 al 22 marzo — con una violenza che non si vedeva da decenni: fontane di lava alte centinaia di metri, flussi lavici che distrussero i paesi di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, colonne di cenere che si alzarono fino a 30 chilometri e ricaddero fino in Albania.
Fu l’ultima eruzione del Vesuvio. Dal 22 marzo 1944 il vulcano non ha più eruttato — e quella lava è ancora lì, sul fianco del monte, grigio-argentea per il lichene pioniere che l’ha colonizzata nei decenni successivi, visibile e percorribile lungo il sentiero n. 9 del Parco Nazionale.
Camminare su quella colata è una delle esperienze più strane e più oneste che si possano fare nell’area metropolitana di Napoli. Non si è in cima a un vulcano — si è sul fianco, a 570 metri di quota, con il Golfo di Napoli che si apre sotto e la lava sotto i piedi che ha ottant’anni. Ma la strana sensazione che si prova — quella di essere su qualcosa che ancora appartiene alla geologia attiva — è reale.
Dati rapidi
Dove: Ercolano (NA) — Parco Nazionale del Vesuvio, Campania
Partenza: parcheggio/spiazzo nei pressi dell’Osservatorio Vesuviano — Contrada Osservatorio, Ercolano
Segnavia: sentiero n. 9 — cartellonistica del Parco
Tipo: A/R
Lunghezza: 1,6 km A/R
Dislivello: ~62 m
Tempo: 30–60 minuti
Difficoltà: T (Turistico) — adatto a tutti; terreno vulcanico polveroso; alcuni gradini
Bambini: sì — uno dei sentieri più adatti alle scolaresche del Parco
Dog-friendly: sì, al guinzaglio
Parcheggio: spiazzo gratuito nei pressi dell’Osservatorio Vesuviano
Punti ristoro: nessuno sul sentiero — bar e ristorante nei pressi del parcheggio
Accesso: gratuito — il sentiero non richiede biglietto; la visita guidata è a pagamento
Osservatorio Vesuviano: visitabile separatamente — il museo è aperto al pubblico con ingresso gratuito su prenotazione
Periodo migliore: tutto l’anno — primavera per le orchidee; evitare le ore centrali estive per il caldo

Il Vesuvio che tutti conoscono e nessuno capisce
Il Vesuvio è il vulcano più famoso del mondo — non per essere il più alto, non per essere il più attivo, ma per quello che ha fatto nel 79 d.C. L’eruzione pliniana che seppellì Pompei ed Ercolano sotto metri di cenere e lapilli è diventata l’immagine archetipica del disastro vulcanico, e il Vesuvio è diventato il simbolo di tutti i vulcani.
Ma il Vesuvio del 79 d.C. e quello che si vede oggi sono due montagne diverse. Quello che si chiama Vesuvio oggi — il Gran Cono, con la sua forma caratteristica che si vede da tutta la baia di Napoli — è in realtà una struttura relativamente recente, emersa all’interno della caldera del Monte Somma, il vulcano più antico che è crollato su se stesso in un’eruzione probabilmente più violenta ancora di quella del 79. Il Monte Somma è il semicerchio di pareti rocciose che circonda il Vesuvio a nord — quelle che si vedono dal sentiero n. 9 come i Cognoli di Giacca e di Trocchia.
Il sistema vulcanico Somma-Vesuvio è quiescente dal 1944. “Quiescente” non significa estinto: significa che il vulcano non sta eruttando, ma che la camera magmatica esiste ancora, il calore interno è ancora presente, e nessun geologo esclude eruzioni future. L’Osservatorio Vesuviano — il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, fondato nel 1841 — monitora il vulcano in tempo reale con reti sismiche, GPS e sensori di deformazione del suolo. Non per paura immediata — ma perché un vulcano che ha eruttato più di cinquanta volte negli ultimi duemila anni non lo si monitora per cortesia.
L’eruzione del 1944: la guerra e il vulcano
La storia dell’ultima eruzione vesuviana è una di quelle che sembrano impossibili e sono invece perfettamente documentate.
Nella primavera del 1944 il fronte di guerra era in Campania. Napoli era stata liberata dagli Alleati nell’ottobre del 1943, e l’area vesuviana era base logistica per le operazioni verso il nord. Il campo d’aviazione alleato di Terzigno, ai piedi del Vesuvio, ospitava aerei da combattimento e cargo. Il 12 marzo il vulcano cominciò a mostrare segni di attività. I militari alleati registrarono tutto — ci sono filmati in bianco e nero, fotografie, rapporti ufficiali — con quella meticolosità documentaria degli eserciti che rende questa eruzione una delle meglio documentate della storia vesuviana.
L’attività raggiunse il picco tra il 18 e il 22 marzo. La lava scese lungo il versante nord-occidentale, distruggendo in modo diverso i due paesi che incontrò: a San Sebastiano al Vesuvio il fronte lavico avanzò lentamente, con una velocità che permise l’evacuazione completa della popolazione, ma demolì sistematicamente ogni edificio che incontrò. A Massa di Somma la distruzione fu analoga. Quarantanovemila sfollati, danni enormi — ma nessun morto tra i civili, grazie all’evacuazione preventiva. I morti ci furono invece tra i civili colpiti dalla caduta di lapilli e tra i soldati del campo di Terzigno.
La colata che si percorre sul sentiero n. 9 è quella che scese tra il Gran Cono e il Monte Somma, nel canale naturale che i vulcanologi chiamano Atrio del Cavallo e Fosso della Vetrana. Fu la lava che andò meno lontano — si fermò prima di raggiungere i paesi abitati — ma è quella che si è conservata meglio e che oggi è il punto di arrivo del sentiero.
Lo Stereocaulon vesuvianum: il pioniere grigio-argento
Guardando la colata lavica dal bordo del sentiero, la cosa che colpisce subito è il colore. Non è la lava nera che ci si aspetta — è grigiastra, quasi argentea, con riflessi metallici che cambiano con la luce. Non è la roccia vulcanica che produce quel colore: è il lichene.
Lo Stereocaulon vesuvianum è un lichene pioniere endemico del Vesuvio — cioè si trova praticamente solo qui, su questo vulcano, su queste lave. Appartiene al gruppo degli organismi simbiontici che per primi colonizzano le superfici rocciose nude, preparando il terreno per le specie successive. Fissa l’azoto dall’aria, dissolve lentamente la roccia sottostante con i suoi acidi organici, accumula particelle di polvere, crea i primi centimetri di suolo dove poi cresceranno le piante.
Sul Vesuvio questo processo è particolarmente visibile perché le eruzioni continuano a creare superfici di lava fresca su cui il lichene ricomincia da zero. La colata del 1944 ha ottant’anni — e lo Stereocaulon la ricopre quasi completamente. La colata del 1906 e quella del 1872 hanno strati più sviluppati. Sulla lava medievale ci sono già boschi. La successione ecologica sul Vesuvio è un libro aperto che si legge leggendolo in avanzamento dall’eruzione più recente verso quelle più antiche.
La colorazione grigio-argentea che si vede sul sentiero n. 9 è questo lichene. Non è pietra morta: è vita che lavora, lentamente, su un substrato che settant’anni fa era roccia fusa.
Come arrivare e dove parcheggiare
Il sentiero n. 9 parte dall’area dell’Osservatorio Vesuviano, raggiungibile da Ercolano percorrendo la Via dell’Osservatorio in salita per circa 8 km dal paese. La strada è stretta e tortuosa nei tratti alti — guidare con attenzione. Esiste uno spiazzo di parcheggio gratuito nelle vicinanze del punto di partenza del sentiero.
Da Napoli in treno si raggiunge Ercolano Scavi con la Circumvesuviana linea Napoli–Sorrento (circa 20 minuti da Napoli Porta Nolana). Da Ercolano Scavi si prende un taxi o si sale a piedi — la salita a piedi da Ercolano all’Osservatorio è circa 8 km con 550 metri di dislivello, percorribile con il sentiero n. 8 del Parco che parte da San Sebastiano al Vesuvio.
In alternativa, diversi operatori propongono il sentiero n. 9 come parte di escursioni guidate organizzate da Napoli — con trasporto incluso e guida naturalistica che accompagna il gruppo. È la soluzione più comoda per chi non ha auto.
Il percorso passo per passo
Il bosco misto e le pomici del 79
Dal parcheggio si imbocca il sentiero n. 9 seguendo i cartelli del Parco. Il primo tratto scende leggermente nel bosco misto — acacie, castagni, carpino nero, roverella — su un fondo di cenere vulcanica che tende a essere polveroso in estate e fangoso in inverno. È il tipo di suolo che si trova solo su un vulcano: leggero, poroso, con una composizione minerale diversa da qualsiasi altro terreno.
Dopo poche centinaia di metri il sentiero passa attraverso una strettoia naturale tra le rocce — e sulle pareti della strettoia, se si sa dove guardare, si vedono i nuclei di pomici del 79 d.C. Sono quei frammenti di roccia vescicolata — piena di bollicine come una spugna, prodotta dall’esplosività dell’eruzione pliniana — che l’eruzione del 79 distribuì su tutto il versante. Ottantanove generazioni di eruzioni dopo, quelle pomici sono ancora nella roccia come fossili di un’altra catastrofe.
Accanto alla strettoia c’è un pozzo di età borbonica per la raccolta dell’acqua piovana — uno dei punti dove il Parco segnala il sistema di regimentazione idraulica che i Borbone costruirono sul Vesuvio per contenere le colate di fango e le acque meteoriche che scendevano dai fianchi del vulcano. Erano strutture pragmatiche — briglie, pozzi, canalette — costruite da una monarchia che conviveva con il vulcano da secoli e aveva imparato a gestirne le conseguenze idrologiche. Alcune di queste strutture, abbandonate dopo l’Unità d’Italia, sono ancora visibili lungo il percorso.
L’apertura sulla lava: il Fosso della Vetrana
Il bosco si apre. Il sentiero esce dalla vegetazione e si affaccia su un paesaggio che non ha paralleli nell’Italia peninsulare: la colata lavica del 1944 si estende davanti, grigioargentea, con la superficie irregolare delle lave aa — il tipo di lava che scorre lento e si solidifica in blocchi aguzzi e caotici, diverso dalle lave pahoehoe che si solidificano in cordami lisci.
Questo punto è il Fosso della Vetrana — nome che viene da una piccola chiesa basiliana medievale dedicata alla Madonna Veterana, di cui non si trova più traccia fisica. Le chiese basiliane — costruite dai monaci dell’ordine di San Basilio che si insediarono in Campania nell’alto Medioevo — erano spesso erette in posizioni isolate e difficili, come rifugi di preghiera lontano dai centri abitati. Questa era sul fianco del Vesuvio, probabilmente già ai piedi della vecchia struttura del Monte Somma.
Lo spuntone roccioso sulla sinistra — che si protende verso il Golfo di Napoli come una terrazza naturale — è il punto panoramico finale del percorso. Da qui si vede tutto: Napoli con i suoi quartieri che scendono verso il mare, il Castel dell’Ovo e il Lungomare, le isole di Procida e Ischia, il Capo Miseno a destra, e più lontano la sagoma piatta di Capri. E sopra, il Gran Cono del Vesuvio che incombe sulla scena come sempre.
La lava sotto i piedi
Il punto di arrivo del sentiero è sulla colata stessa — si cammina letteralmente sulla lava del 1944. La superficie è resistente, i blocchi sono solidi, non ci sono rischi strutturali. Ma la sensazione è quella di camminare su qualcosa che non è ancora completamente integrato nel paesaggio — un materiale che ha ottant’anni ma che geologicamente è fresco, che il lichene ha cominciato a trasformare ma non ha ancora finito.
In alcuni punti del bordo della colata si vedono le due fasi della lava più chiaramente: la massa interna densa e scura, e il rivestimento esterno grigio-argento del lichene. Come un frutto che ha cominciato a maturare dall’esterno.

L’Osservatorio Vesuviano: il museo da non perdere
A poche centinaia di metri dal punto di partenza del sentiero si trova l’Osservatorio Vesuviano — il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, fondato nel 1841 per volontà di Ferdinando II di Borbone e progettato dall’architetto Gaetano Fazzini in stile neoclassico.
L’edificio è su un contrafforte a 608 metri di quota, nel punto che Ferdinando II aveva scelto come ideale per monitorare il vulcano — abbastanza vicino da sentire le scosse sismiche, abbastanza lontano da essere in sicurezza durante le eruzioni ordinarie. O almeno così si pensava nel 1841.
Oggi l’Osservatorio ospita un museo vulcanologico con strumenti originali dell’Ottocento — i primi sismografi del mondo, i sismoscopi di Palmieri, i sismometri di De Rossi — e una collezione di rocce vesuviane, mappe delle eruzioni storiche, fotografie d’archivio. L’ingresso è gratuito su prenotazione. È una delle visite più sottovalutate dell’area vesuviana: pochi lo conoscono e quasi nessuno ci va, eppure racconta la storia del Vesuvio con gli strumenti di chi lo ha studiato per prima.
Quando andare
Primavera (marzo–maggio) è la stagione più bella per la flora del sentiero. In primavera fiorisce la Dactylorhiza saccifera — un’orchidea spontanea dai fiori rosa striati di porpora che cresce nel bosco misto del primo tratto — e le ginestre gialle e la valeriana fucsia colorano il tratto di macchia mediterranea vicino alla lava. Il sentiero è frequentato ma non sovraffollato.
Estate (giugno–agosto) è la stagione più calda. Il tratto finale sulla lava non ha ombra e il riverbero della roccia aumenta la temperatura percepita. Conviene percorrere il sentiero nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio. In compenso la visibilità sul golfo nelle mattine estive è spesso eccezionale.
Autunno (settembre–ottobre) è una buona stagione — il caldo diminuisce, il bosco cambia colori, il sentiero è meno frequentato. Le orchidee sono esaurite ma le valeriane hanno i frutti secchi che il vento disperde sulla lava.
Inverno (novembre–febbraio) è percorribile in qualsiasi giornata senza pioggia intensa — il fondo in cenere vulcanica con la pioggia diventa scivoloso e fangoso. In inverno il sentiero è quasi deserto. La vista sul golfo nelle giornate invernali limpide è quella più nitida dell’anno.
Flora: la successione ecologica sul vulcano
Il sentiero n. 9 attraversa due ecosistemi completamente diversi in poco più di mezzo chilometro — il che lo rende uno dei percorsi didatticamente più ricchi del Parco.
Nel bosco misto iniziale crescono acacia (Robinia pseudoacacia) — specie invasiva nordamericana, introdotta in Europa nel XVII secolo, che sul Vesuvio ha trovato le condizioni ideali per diffondersi abbondantemente — castagno, carpino nero e roverella. Il sottobosco ospita edera, rosa selvatica, tamaro — con i fusti rampicanti e le bacche rosse autunnali — ed euforbia. In primavera, in questo bosco, compaiono le orchidee.
Sulla macchia e la lava dominano la ginestra (Spartium junceum e Genista aetnensis) con il suo giallo intenso, la valeriana (Centranthus ruber) fucsia, l’elicriso giallo-paglierino e il Rumex scutatum rosso. E su tutto, il grigio-argento dello Stereocaulon vesuvianum.
Cosa portare
Il sentiero n. 9 è una passeggiata breve e senza difficoltà tecniche. L’equipaggiamento è minimo.
Scarpe chiuse con suola resistente — il fondo di cenere vulcanica è polveroso e tende a insinuarsi in qualsiasi calzatura aperta. In estate la cenere si scalda molto: scarpe chiuse proteggono anche termicamente. Non adatto a sandali o infradito. Un marsupio è più che sufficiente — acqua, crema solare per il tratto aperto sulla lava, cappello. Una borraccia da mezzo litro è sufficiente per la durata del percorso. In estate crema solare ad alto fattore e cappello sono essenziali sul tratto privo di ombra.
Il collegamento con il sentiero n. 8 e il Cratere
Il sentiero n. 9 si collega al sentiero n. 8 — che scende da San Sebastiano al Vesuvio fino all’Osservatorio. Chi vuole fare una versione più lunga del percorso può salire da San Sebastiano per il sentiero 8, raggiungere lo spiazzo dell’Osservatorio, e da lì prendere il sentiero 9 verso la lava del 1944. La combinazione aggiunge circa 4 km e 300 metri di dislivello, ma permette di attraversare tutto il versante nord-occidentale del vulcano da valle a mezza costa.
Chi vuole invece salire al Cratere può farlo dal versante opposto — la strada a pedaggio dal Piazzale dell’Osservatorio di Quota 1000 porta alla stazione di arrivo della funivia (oggi non operativa), da dove si sale a piedi al bordo del cratere.
Cosa vedere nei dintorni
Parco Archeologico di Ercolano — ai piedi del Vesuvio, raggiungibile dalla stazione della Circumvesuviana, è il sito del primo scavo sistematico dell’antichità moderna: Ercolano fu sepolta dall’eruzione del 79 d.C. da una nube piroclastica che la conservò meglio di Pompei, con strutture in legno, tessuti, cibi carbonizzati e affreschi che è difficile trovare altrove.
Parco Archeoloogico di Pompei — a circa 20 minuti in Circumvesuviana, il sito più famoso del mondo antico. La scala è quella che sorprende sempre: non una città in miniatura ma una città vera, con le sue strade, le sue case, i suoi negozi, i suoi graffiti. Visitarla dopo aver camminato sulla lava del Vesuvio aggiunge un livello di comprensione che le fotografie non danno.
Museo Nazionale di Napoli — raccoglie i reperti più preziosi degli scavi di Pompei ed Ercolano, tra cui il Gabinetto Segreto con le sculture erotiche, il mosaico di Alessandro Magno dalla Casa del Fauno, e la collezione dei bronzi di Ercolano. È il museo che completa la visita ai siti.
Mappa e traccia GPS
Il sentiero è segnalato con cartellonistica del Parco Nazionale dal parcheggio dell’Osservatorio. La traccia GPS è disponibile su Wikiloc e Komoot cercando “Sentiero 9 Fiume di Lava Vesuvio” o “Fiume di Lava Ercolano”. Il sito del Parco Nazionale del Vesuvio (parconazionaledelvesuvio.it) pubblica gli aggiornamenti sulla percorribilità e le eventuali chiusure temporanee per incendio o manutenzione.
